Si è svolto questa mattina presso la Regione Piemonte il Tavolo Generale della Cultura, convocato dall'Assessore Marina Chiarelli. Il Comitato Emergenza Cultura Piemonte ha partecipato attivamente, presentando le istanze del comparto culturale regionale e contribuendo al dibattito con interventi che hanno messo al centro le criticità strutturali del sistema dei contributi e la necessità di una visione culturale di lungo periodo. A rappresentare il CEC sono intervenuti Alessandro Gaido, Presidente del Comitato, e Federico Toso, membro del Direttivo e rappresentante del settore spettacolo dal vivo.
Una crisi che viene da lontano
Gaido ha aperto il proprio intervento ringraziando la Regione e l'Assessora Chiarelli per la convocazione del Tavolo, atteso da febbraio, sottolineando però un dato fondamentale: "Per il CEC l'emergenza cultura continua dal 2010, anno di fondazione, sotto giunte di diverso colore politico". Il Presidente ha voluto sgombrare subito il campo dalla retorica delle contrapposizioni partitiche, evidenziando che il problema riguarda tutti i livelli istituzionali – Regione, Stato ed Europa – e ha una radice più profonda: "Da parte dei vari enti non esiste più una visione culturale, una progettazione, ma solo una rincorsa a recuperare fondi emergenziali collegati ai grandi eventi. Si sta cercando di trasformare la cultura in spettacolo e lo spettacolo in business".
I punti essenziali: non solo risorse, ma tempi e metodi
Gaido ha poi illustrato le questioni cruciali su cui il CEC si batte da anni, spostando il focus dalle risorse (pur insufficienti) ai tempi e ai metodi di gestione del sistema:
1. Il precariato creativo causato dai ritardi
"Il
problema principale non sono solo le risorse assegnate, ma la gestione dei
tempi di assegnazione, che non permettono la programmazione culturale
e creano un precariato creativo, ancora prima che lavorativo. Siamo
tutti in un'eterna sospensione sul futuro del nostro mestiere".
2. L'inaccettabilità degli esiti a dicembre
"Non
è eticamente né imprenditorialmente corretto conoscere gli esiti
dei bandi pubblici a dicembre, alla fine delle attività annuali".
Il CEC chiede che i capitoli di spesa destinati alla cultura vengano
chiusi entro il primo assestamento di bilancio e comunque non oltre
giugno/luglio.
3. Il cronico ritardo degli anticipi
Gaido
ha denunciato che in questi giorni stanno arrivando, "con il
contagocce", gli anticipi delle attività svolte nel 2025,
evidenziando l'insostenibilità di un sistema che obbliga le realtà
culturali a fare da banca agli enti pubblici.
4. Il Rafforza Cultura: strumento lungimirante ma da
perfezionare
Pur riconoscendo la lungimiranza del
provvedimento voluto dal Presidente Cirio, Gaido ha sottolineato la
necessità di perfezionarlo e seguirlo costantemente. In particolare,
ha sollevato un dubbio cruciale: "Non è ancora chiaro se le
banche finanzino tutte le determine di assegnazione collegate al
provvedimento. Se così non fosse ci sarebbe una discriminazione tra
le realtà culturali: quelle più grandi, con maggiori garanzie di
solvibilità, otterrebbero i fidi. Le piccole, già indebitate,
resterebbero escluse".
La richiesta: tavoli permanenti e convocazioni mensili
Per affrontare questi temi complessi, il CEC ha chiesto la convocazione permanente, con appuntamenti mensili, dei Tavoli della Cultura a tutti i livelli:
Tavolo Generale
Tavoli di Settore
Tavolo Tecnico
Su quest'ultimo, Gaido ha insistito particolarmente: sospeso da circa due anni, necessita di una convocazione urgente perché "molte sono ancora le regole di gestione dei bandi burocraticamente rigide". Un punto è stato posto al centro dell'attenzione con forza: "Non dover fare più da banche agli enti pubblici". Le realtà culturali, attualmente, sono costrette a saldare tutti i fornitori per consegnare il rendiconto e poi ottenere il saldo a distanza di mesi, con conseguenze drammatiche sulla liquidità.
Cultura, impresa, profitto: la necessaria chiarezza
L'intervento di Federico Toso ha portato il focus su una questione emersa nel dibattito e di particolare delicatezza: il rapporto tra cultura e profit. Toso ha ribadito la necessità di riportare la riflessione sulla politica culturale all'interno dei tavoli di settore, che permetterebbero la partecipazione anche di soggetti che non hanno i requisiti per il tavolo generale. Ha inoltre sottolineato che anche i tavoli tecnici, come quello sulla rendicontazione che non è mai stato costituito nonostante fosse stato accordato, "hanno pur sempre una valenza politica in relazione al tipo di soluzioni che si vogliano implementare".
Il punto centrale del suo intervento ha riguardato però la distinzione tra mentalità imprenditoriale e logica del profitto applicata alla cultura.
Toso ha evidenziato la differenza fondamentale tra:
La capacità di integrare attività commerciali in un'ottica di ente culturale non commerciale per rendere sostenibile la progettazione culturale
La concorrenza di soggetti profit che pongono il profitto come missione d'impresa sulle stesse risorse destinate alla cultura
"Un conto è parlare di mentalità di impresa e integrazione di attività commerciale in un'ottica di ente culturale non commerciale", ha spiegato Toso, "e un altro è parlare di concorrenza sulle risorse culturali di soggetti che pongono il profitto come propria missione d'impresa".
L'apertura alle imprese profit, pur meritevole all'interno del più ampio perimetro dell'industria culturale, secondo il rappresentante del CEC "dovrebbe afferire e pesare su risorse del settore commercio, qualificandosi piuttosto come aiuti o incentivi temporanei all'impresa, in cui cultura si esprime come fattore di umanizzazione del profitto, non rientrare in concorrenza, come criterio qualificante, sulle medesime e sempre circoscritte risorse del comparto culturale".
Una posizione netta su questioni cruciali
Gli interventi del CEC al Tavolo Generale hanno voluto ribadire alcuni punti fermi:
La questione è politica prima che tecnica: serve una visione culturale, non solo gestione emergenziale
I tempi sono cruciali quanto le risorse: senza programmazione non c'è qualità
Il sistema attuale è insostenibile: obbliga le realtà culturali a fare da banca agli enti pubblici
Servono tavoli permanenti: il confronto non può essere episodico
La distinzione tra cultura e profit va mantenuta: le risorse culturali devono sostenere chi fa cultura come missione, non come business
Il Comitato Emergenza Cultura continuerà a monitorare gli sviluppi successivi al Tavolo e a verificare che alle discussioni seguano azioni concrete. Come ribadito più volte: più delle parole, conteranno i fatti.