Articolo pubblicato su Corriere della Sera del 17 settembre 2026 - Pag 15
E adesso che l’inaugurazione della nuova Via Roma è finita, e non possiamo essere tacciati di disfattismo, abbiamo alcune domande da fare. Ci piacerebbe avere qualche delucidazione in più su come sono assegnati gli appalti pubblici nel settore culturale. Intendiamoci, non siamo qui a denunciare irregolarità, ma a contestare le scelte di metodo e opportunità politica. L’agenzia Eventi 3, alla quale è stata conferita l’organizzazione della manifestazione, ha ottenuto un affidamento diretto per un compenso di 139 mila euro. Nulla d’irregolare, come già detto, gli affidamenti diretti degli incarichi sono normati dalla legge. Nell’ambito dei servizi possono essere assegnati fino ad una soglia di 140 mila euro di spesa. In questo caso l’affidamento è addirittura di 1000 euro sotto questo tetto.
Il punto è questo: quando un’amministrazione ritiene opportuno fare un affidamento diretto senza dover far passare le realtà culturali sotto le forche caudine dei bandi? Il meccanismo, se abbiamo capito bene - in caso contrario ben felici d’essere smentiti –, funziona più o meno così: se si vuole evitare le lungaggini burocratiche ed avere la certezza di poter scegliere il fornitore più affidabile si passa dall’affidamento diretto. In questo caso poi, con un’agenzia di spettacolo, si ha un buon intermediario che “spalmerà” la cifra assegnata (in quali percentuali rispetto al proprio compenso?) sulle realtà culturali che riterrà più adatte alle attività da svolgere richieste dal Comune. Ma ci sono dei rischi. Gli affidamenti potrebbero essere assegnati a ditte vicine al mondo politico o anche semplicemente a singoli politici. Inoltre serve un controllo sugli affidamenti di secondo livello: come vengono scelte le realtà a cui viene subappaltata l’attività? Per competenza, si spera, ma potrebbe anche succedere che lo si faccia solo per amicizia, peggio ancora per clientelismo. A questo in teoria servono i bandi: per evitare il più possibile delle distorsioni nei procedimenti d’affidamento di denaro pubblico. Intendiamoci, i rischi ci sono anche con questo metodo, ma la corsa ad ostacoli è più complessa.
Ora, ammettiamo pure che il Comune ritenga un buon metodo l’affidamento diretto per velocizzare la burocrazia: succede spesso per i grandi eventi, affidandosi ad agenzie intermediarie. Allora perché non applicarla con tutti questa strada? Perché invece le associazioni culturali iscritte all’albo del Comune di Torino devono ogni anno accapigliarsi con i bandi, per portare a casa pochi spiccioli e tanta burocrazia? Perché le scelte politiche creano figli e figliastri nel mondo culturale?
Ecco, ci piacerebbe poter avere delle risposte in merito, ma non a mezzo stampa. Serve un confronto democratico sulle scelte delle politiche culturali di Torino. Serve un luogo permanente di dialogo che coinvolga, non solo gli organi esecutivi (sindaco e assessori) del Comune ma anche quelli legislativi (consiglio comunale e commissioni) e del terzo settore culturale. Serve una Consulta cittadina sul modello dei Tavoli della Cultura regionali.
Torino si appresta a candidarsi a capitale europea della Cultura nel 2033. Quanti affidamenti diretti d’appalto ci saranno?
Alessandro Gaido - Presidente dell’Associazione Piemonte Movie
